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lunedì 15 novembre 2010

Un semplice vino da tavola... del 1985!!!

Questo titolo la dice lunga di quanto fossero (ma vale anche adesso) in ritardo le legislazioni in materia di denominazioni di origine per i prodotti vinicoli, rispetto allo stato reale dei fatti.
Infatti il vino di cui mi accingo a scrivere, e con il quale ho avuto un fortunatissimo incontro questo sabato sera, è un autentico mito in bottiglia della storia enologica italiana. Si tratta del vino da tavola di Mercatale Val di Pesa (questa era la sua denominazione al tempo) TIGNANELLO 1985 della famosissima azienda toscana Antinori.

Ora si tratterebbe di un “Toscana IGT”… Al tempo ancora non esisteva questa denominazione, quindi non potendo rientrare nel disciplinare del Chianti Classico, rimaneva relegato “sulla carta” a semplice vino da tavola (pazzesco!!!).
In un post passato vi avevo raccontato dell’annata 1990 di questo stesso vino, già giudicata eccezionale, ma questo ’85… ragazzi… Vale forse ancora di più della sua stessa fama.
Innanzitutto, l’annata è stata giudicata una delle migliori dell’intero secolo scorso in Toscana, fatto peraltro confermato dalla fama raggiunta anche da altri vini importanti in quello stesso millesimo (mi vengono ora in mente il Sassicaia, il brunello riserva di Biondi Santi, il Bucerchiale di Selvapiana, ecc… ecc… Tutti vini che hanno avuto un ruolo fondamentale nel rendere famosa l’enologia italiana nel mondo).
Comunque sia, torniamo al nostro Tignanello. Si tratta di un vino prodotto per la maggiorparte con uve sangiovese, ma con una discreta percentuale di cabernet sauvignon. Infatti, la presenza di quest’ultimo vitigno si è fatta ben sentire fin dall’apertura, nel colore, al naso e anche al gusto. Il sangiovese, invece, è arrivato un po’ più sommessamente, con calma… dopo quasi una buona mezz’ora dall’apertura.
Nel bicchiere ha mostrato ancora un rosso rubino, con leggera tendenza al granato, ma ancora molto carico di colore per la sua età.
Al naso ha mostrato un’eleganza sorprendente, quasi a ricordare i grandi bordeaux invecchiati, pur di grande intensità, con predominanza iniziale di tabacco, spezie, chiodi di garofano e caffè, seguiti poi dopo qualche tempo da prugna, mora e ciliegie, che si sono amalgamate perfettamente ai sentori terziari. Non una spigolatura, nessuna che potesse risultare fuori posto.
In bocca ha mostrato una freschezza e un’acidità ancora vivissime, incredibili in un vino di 25 anni. I tannini, ben presenti, sono risultati morbidi e delicati, lasciando primeggiare tutti i sentori di prugna, di ciliegia matura, grande tabacco e eccezionale speziatura. Anche qui, il cabernet ha mantenuto perfettamente integra la sua struttura, risultando forse più presente di quanto mi aspettassi, confermandomi anche alla fine un richiamo ai grandi rossi della rive gauche della Garonne.
Un vino che entra prepotentemente nella mia personalissima “top ten”, e che molto difficilmente ne uscirà!!!
Uno splendido portabandiera di un modo di fare vino che ha reso famosi nel mondo i grandi vignaioli toscani… Peccato però che anche loro abbiano, da qualche tempo, perso questa maniera di fare vino, complici un po’ i cambiamenti climatici, ma soprattutto la necessità di rendere i nostri vini più “appetibili” per i desideri d’oltreoceano.
Di solito non lo faccio per motivi di praticità e tempo, ma questa volta, data l’importanza della bottiglia che abbiamo degustato in ottima compagnia, non potevo non pubblicare anche una foto fatta col mio cellulare durante la serata.
Voi gustatevi gli occhi… Io intanto mi sono gustato il vino!!!

mercoledì 7 gennaio 2009

Un capodanno coi fiocchi

Il capodanno è l’occasione in cui si brinda tradizionalmente all’anno nuovo, e per noi appassionati è il momento in cui si stappa qualche grande bottiglia. Il titolo richiama sicuramente il fatto che abbiamo bevuto molto bene, ma anche, tra l’altro, che qui da noi, ha nevicato parecchio quella notte. Comunque in questo blog parliam di vino e non di meteo…
Anche in questo caso devo ringraziare un caro amico (nonché nostro “maestro” in questo campo), che tra le altre bottiglie del cenone ha deciso di effettuare una “gara” tra due grandissime e storiche etichette.
Per la precisione il confronto è stato tra un FLACCIANELLO DELLA PIEVE 1988 del produttore Fontodi (di questo vino ne avevo raccontato qualche settimana fa’ in occasione di un’altra bottiglia dello stesso anno) e un TIGNANELLO 1990 di Antinori.
Si tratta di due vini che fanno parte dei grandi toscani, tra i più rinomati al mondo, ed entrambi nascono nella zona del Chianti. Il Flaccianello è fatto con 100% di uva sangiovese, mentre il Tignanello è sempre sangiovese ma è tagliato con del cabernet sauvignon (se non ricordo male per circa un 20%).
Tutte e due le bottiglie sono state aperte con discreto anticipo, per dar modo al vino di aprirsi a sufficienza, ma fin dalla prima annusata le sensazioni sono state molto diverse. Non mi soffermo troppo sul Flaccianello, visto che gli ho già dedicato un intero post. Posso comunque dire che si è confermato un assoluto fuoriclasse come ne avevo raccontato la volta scorsa… Eccezionale!!!
Il Tignanello invece ha presentato fin da subito un colore leggermente più scuro e intenso, meno granata, sicuramente dovuto al cabernet.
Al naso ha immediatamente fatto salire aromi intensi e fruttati, con prevalenza di mora matura e viola, ben sostenuti da speziature e una nota che ricordava il cioccolato fondente di sottofondo. Per niente aggressivi, tutti questi sentori erano perfettamente amalgamati in un delicato e elegantissimo bouquet.
Mi aspettavo sinceramente un’evoluzione più marcata nel tempo, e invece col passare dei minuti si è rafforzata la gamma appena indicata, ma senza effettive variazioni nel contenuto. Invece il Flaccianello ha mostrato un’evoluzione ben più evidente, esattamente come descritto la volta scorsa.
In bocca il Tignanello ha confermato l’eleganza e la morbidezza di tannini che gli è leggendaria, con il cabernet a dare un lievissimo finale erbaceo, ma davvero appena percettibile. In prevalenza la mora e le spezie hanno danzato sulla lingua senza che vi fosse il minimo accenno di astringenza o di asprezza. Anche in questo caso però, i sentori iniziali si sono mantenuti nelle stesse proporzioni fino alla fine della bottiglia, quasi un’ora e mezza dopo, con poca evoluzione, pur senza mostrare difetti. Il flaccianello invece ha anche in questo caso mostrato un’evoluzione temporale evidente, lasciando prevalere all’inizio spezie e tabacco e successivamente la frutta rossa, per tornare infine allo speziato.
Due vini molto diversi insomma, con differenze che sono state rese ancora più evidenti in vini così “vetusti”, rispetto a quelle che si sarebbero evidenziate dopo pochi anni dall’imbottigliamento.
Non me la sento di definire un vero vincitore, entrambi sono stati all’altezza della grande fama che li riveste… semplicemente sono stati… differenti.
Potrei rivelare a gusto personale quale sia stato “tecnicamente” migliore (forse è intuibile dal mio racconto), ma non sarebbe corretto… buonissimi entrambi.